Quando lei rimette giù il ricevitore e mi guarda, il suo viso assume una certaria. Non so come la chiamerebbero gli altri, ma io la chiamo un'aria da "Io sono reale, vera". Quell'aria significa che lei è reale e conosce le risposte e io sono qualcosa di meno. Non completamente reale, anche se sento benissimo le irregolarità del sedile della sedia dove sono seduto. Una volta, prima di sedermi, ho messo sul sedile una rivista; ma la dottoressa mi ha detto che non ce n'era bisogno. Lei è reale, così crede, e perciò sa meglio di me quello di cui ho bisogno oppure no.
Ora mi chiede notizie della mia vita sociale.
Non le piace la mia risposta. Le dico che corrispondo mediante Internet col mio amico Alex in Germania e col mio amico Ky in Indonesia, ma lei corruga la fronte. — Parla dei tuoi rapporti con persone non virtuali — ammonisce.
— Frequento le persone con le quali lavoro — dico, e allora lei annuisce e parla delle bocce, del minigolf, del cinema e della branca locale dell'Associazione autistici.
Ma giocare alle bocce mi fa dolere la schiena e il minigolf è roba da bambini e non da adulti, per quanto a me non piacesse nemmeno quando ero bambino. Mi piaceva il tiro a segno col laser, ma quando lo dissi alla dottoressa al nostro primo incontro lei annotò "Tendenze violente". Ci volle parecchio tempo perché la smettesse di sottoponili a test su queste mie pretese tendenze alla violenza, però sono sicuro che quell'annotazione non l'ha mai cancellata.
Le dico che sono stato al cinema tre volte e lei mi domanda com'erano i film. Io ne ho letto le recensioni, quindi posso raccontarle le loro trame. Non mi piacciono molto neanche i film, ma devo pur avere qualcosa da dire alla dottoressa… la quale finora non si è mai accorta che la mia conoscenza delle trame deriva dalla lettura delle recensioni.
M'irrigidisco per prepararmi alla prossima domanda, che mi irrita sempre moltissimo. La mia vita sessuale non riguarda la dottoressa. Lei è l'ultima persona alla quale parlerei di una mia eventuale ragazza. D'altra parte la Fornum non si aspetta che ne abbia una, vuole solo accertarsi che non l'abbia, e questo mi dà fastidio ancora di più.
Finalmente è finita. Ci rivedremo al prossimo controllo, dice lei, e io dico: — Grazie, dottoressa Fornum. — Lei risponde: — Bravo — come se io fossi un cane ammaestrato.
Fuori fa caldo, e sto camminando troppo in fretta. Devo perciò rallentare e pensare alla musica.
La dottoressa dice che dovrei imparare ad amare la musica che piace all'altra gente; ma è proprio questo che faccio. So che c'è gente che ama Bach e Schubert, e non è autistica: noi autistici non siamo tanto numerosi da poter far funzionare teatri d'opera e sale da concerti solo per noi. Però per la dottoressa l'"altra gente" significa "la maggioranza della gente". Io penso al quintetto
La chiave scivola nella serratura dello sportello della macchina con la massima facilità, adesso che ho la musica giusta. Il sedile è piacevolmente tiepido e il vello che lo ricopre è soffice e comodo. Dapprima mi contentavo di un vello artificiale, ma appena ho ricevuto il primo stipendio mi sono comprato una vera pelle di pecora.
Mentre vado al lavoro lascio che la musica mi accompagni attraverso gli incroci, i semafori, gli ingorghi. Infilo i cancelli del campus, come lo chiamano. Il nostro edificio è a destra: mostro la mia tessera al guardiano del parcheggio e mi fermo nel mio spazio preferito. Ho sentito persone che lavorano in altri edifici lamentarsi perché non riescono a parcheggiare nei posti che preferiscono, ma qui da noi questo non succede mai: nessuno prenderebbe mai il mio posto, né io prenderei mai quello degli altri. Dale è alla mia destra e Linda alla mia sinistra; di fronte ho Cameron.
Sono ancora irritato con la dottoressa Fornum come succede ogni quadrimestre, perciò non vado subito a lavorare ma mi dirigo alla nostra palestra. Rimbalzare mi farà bene, mi fa sempre bene. Non c'è nessuno, perciò appendo il cartello alla porta e metto su la musica adatta.
Nessuno viene a interrompermi mentre rimbalzo. La spinta energica del trampolino seguita da una sospensione senza peso mi fa sentire leggero, mi rilassa e mi rasserena. Quando sento ritornarmi la concentrazione rallento i rimbalzi e infine scendo dal trampolino.
Nessuno m'interrompe nemmeno mentre mi dirigo verso la mia scrivania. Credo che ci siano anche Linda e Bailey, ma non ci faccio caso. Più tardi possiamo andare insieme a mangiare, ma non adesso. Adesso sono pronto a lavorare.