A quel punto, con Sexton davanti a lei che la fissava, sentì che lui cercava di leggerle negli occhi se aveva mentito. Sedgewick Sexton fiutava le bugie meglio di chiunque altro. Se avesse affermato il falso, lui l'avrebbe sicuramente capito.
«Ha bevuto» gli disse, voltandosi. "Come fa a sapere che sono stata nel suo ufficio?"
Sexton le posò le mani sulle spalle per costringerla a girarsi. «Sei entrata nel mio ufficio?»
Gabrielle cominciò ad avere paura. I modi di Sexton erano bruschi. Di sicuro aveva bevuto. «Nel suo ufficio?» chiese, sforzandosi di simulare una risatina sorpresa. «Come? E perché?»
«Ho sentito la mia pendola in sottofondo mentre parlavamo al telefono.»
Gabrielle si sentì sprofondare. La pendola? Non ci aveva pensato. «Si rende conto di quello che dice?»
«Ci passo le giornate in quell'ufficio. Conosco il ticchettio di quell'orologio.»
Gabrielle sentì di dover cambiare tattica. "La miglior difesa è l'attacco" ripeteva sempre Yolanda Cole. Con le mani sui fianchi, viso a viso, lo affrontò con determinazione. «Mettiamo in chiaro la situazione, senatore. Sono le quattro del mattino e lei è ubriaco; ha sentito un ticchettio al telefono e così è venuto qui?» Indignata, indicò la porta dell'ufficio di lui, in fondo al corridoio. «Dunque, mi sta accusando di avere disinserito un sistema d'allarme federale, forzato due serrature, essere entrata nel suo ufficio, avere risposto al telefono — come una scema — mentre stavo commettendo un reato, reinserito l'allarme e poi, con calma, essere andata al gabinetto prima di scappare a mani vuote? Sarebbe questa la sua versione dei fatti?»
Sexton batté la palpebre e sgranò gli occhi.
«Un'altra buona ragione per non bere da soli» disse Gabrielle. «E adesso, vuole parlare della NASA o no?»
Sexton tornò nel suo ufficio, sentendosi uno stupido. Andò al mobile bar e si versò una Pepsi. Di sicuro non si sentiva ubriaco. Possibile che si fosse sbagliato? Dalla parete opposta gli giungeva il ticchettio beffardo della pendola. Finì la Pepsi e se ne versò un'altra. Poi, ne offrì una a Gabrielle. «Hai sete?»
Lei non lo aveva seguito nell'ufficio. Era rimasta sulla soglia con aria di rimprovero.
«Oh, per l'amor del cielo, entra! Parliamo della NASA.»
«Ne ho abbastanza per stanotte» disse lei con calcolata indifferenza. «Ne parleremo domani.»
Sexton non aveva voglia di giocare a rimpiattino. Voleva le informazioni e le voleva immediatamente. Sospirò esausto. "Consolida il rapporto di fiducia. È sempre una questione di fiducia." «Ho preso una cantonata» disse. «Abbi pazienza, ma è stata una giornataccia. Non so cosa mi è saltato in mente.»
Gabrielle rimase sulla porta.
Sexton andò alla scrivania e posò la bibita di Gabrielle su un tampone di carta assorbente. Le indicò la poltrona di pelle, il simbolo del potere. «Accomodati. Bevi. Io vado a ficcare la testa sotto il rubinetto.» E si avviò verso il bagno.
Gabrielle non sembrava intenzionata a muoversi.
«Mi sembra di avere visto un fax, nella macchina» le disse, entrando nel bagno. "Falle vedere che ti fidi di lei." «Dai un'occhiata, per favore.»
Sexton chiuse la porta del bagno e riempì d'acqua fredda il lavandino. Si sciacquò la faccia ma ciò non lo fece sentire più lucido. Non gli era mai successo prima di sbagliarsi quando era così certo di qualcosa. Si fidava del suo istinto, e l'istinto gli diceva che Gabrielle Ashe era stata nel suo ufficio.
Ma com'era possibile?
Si impose di lasciar perdere e di pensare alla questione più importante: la NASA. Aveva bisogno di Gabrielle. Quello non era il momento di inimicarsela. Voleva sapere ciò che lei aveva scoperto. "Lascia perdere l'istinto. Ti sei sbagliato."
Asciugandosi il viso, fece un respiro profondo. "Rilassati" disse a se stesso. "Ma non ti addormentare." Chiuse gli occhi inspirando di nuovo e si sentì meglio.
Quando uscì dal bagno, fu contento di vedere che Gabrielle, addolcita, era nel suo ufficio. "Bene" pensò. "Adesso possiamo lavorare." Vicina alla macchina del fax, lei sfogliava le pagine dell'ultimo documento ricevuto; ma quando la guardò in viso rimase sconcertato nel vedere una maschera di paura e sgomento. «Cosa c'è?» chiese, avvicinandosi a lei.
Gabrielle vacillò, come se stesse per svenire.
«Cosa?»
«Il meteorite…» La voce le si strozzò in gola. Con mano tremante gli porse le stampate. «E sua figlia… è in pericolo.»
Perplesso, Sexton prese i fogli. La prima pagina era una nota scritta a mano. Sexton riconobbe subito la calligrafia. Il testo era brutale e di una semplicità sconcertante.
Di solito, il senatore coglieva al volo le situazioni ma, per quanto rileggesse le parole di Rachel, non riusciva a dar loro un senso.
"Il meteorite è un falso? La NASA e la Casa Bianca stanno cercando di ucciderla?"